Quest’anno ho davvero portato all’eccesso la consueta tradizione, secondo la quale il trentuno va tassativamente organizzato tardi; anzi, non và organizzato proprio. Fino a dieci minuti fa non avevo la più pallida idea di dove passare la serata. Non avevo contattato nessuno, avevo glissato elegantemente sei o sette inviti, avevo continuato a rispondere –forse, forse, forse,- come nella vecchia, cara canzone.
Ora so cosa farò, stasera.
Mi pare un programma brillante. Una di quelle ri-unioni tra grandi amici e gente che si conosce appena, ma si trova simpatica. Dove capita di conoscere qualche persona nuova e gradevole, ma se questo sfortunatamente non accade non ci si trova a fare tappezzeria, o a gettarsi per disperazione sul banchetto alcolici.
Unica nota: da qualche tempo (giorni? mesi? Anni?) mi colpisce l’idea di non festeggiare il capodanno. Non per la vecchia polemica: -nessuno può dirmi quando debbo divertirmi, sollazzarmi, ridere e sorridere-.
Il fatto è che ad ogni capodanno ci si aspetta che le cose cambino. All’avvicinarsi di ogni vigilia aspettiamo trepidanti qualcosa di nuovo. Primo gennaio: la Tabula rasa . Uno spazio bianco, liscio e pulito, dove cominciare a scrivere con l’inchiostro delle proprie giornate. Da zero.
Perché siamo più forti,. Più audaci, più intelligenti, di un anno fa. Se solo tutto il passato venisse dimenticato, e questa fosse la prima notte…
Non mi aspetto nulla dal nuovo anno.
Nulla di nuovo, almeno. Anzi, forse questo duemilacinque avrà qualcosa di nuovo: sarà identico al duemilaquattro come questo non avrebbe mai potuto essere, limitandosi come ha fatto ad essere se stesso.
Bene. Significa che ho ancora un anno e un giorno per essere me stesso con tutte le mie idiozie e sbavature, senza dimenticarmi nulla e senza nulla rinnegare. Sei anni e un giorno per osservare la massa del mondo, così come mi appare.
Senza aspettare un nuovo inizio, una partenza dal nulla. Cercando di concentrare le mie rivoluzioni in un secondo cocente, senza squilli di tromba e strane parate. Cercando di intuire l’universo mentre mi lavo i denti, oppure mi addormento.
Strana cosa il tempo.
Mi piace come suona la definizione di Leibniz: rapporto tra corpi.
Ma sospetto che intendesse una cosa molto diversa.
Me. Chi sono? Poco importante. Potrei essere una ballerina cubana, un monsignore austriaco, un invasore alieno. Diciamo che ho diciottanni, che vado al classico, che sono romano; è più che sufficiente.
Ma non dovreste esserne sicuri. Spesso nemmeno io non lo sono.
Però so che cosa mi piace. Cosa detesto e che cosa mi è indifferente. Cosa penso, e quello a cui non credo. Basta questo per provare a tracciare una specie di passaporto ameboide e polimorfo di me; una parziale ricostruzione di ciò che sono (parziale sia nel senso di -non completa- che -di parte-).
Mi piace dormire. Mi piace il buio. Mi piace la notte. Mi piace il calore e l’umido. Probabilmente mi piaceva anche l’utero di mia madre.
Non mi piace la luce troppo forte. Non mi piacciono le voci troppo alte. I neon bianchi. Chi parla urlando. I punti esclamativi. Non mi piace il sentire generale, il buon senso, i luoghi comuni. Giudico libri, musica, persone, idee, in base a quanto di assurdo e meraviglioso contengono. Divoro. Divoro musica, libri, persone e sensazioni. Cerco di vivere con candore e furia.
Mi piacciono Auerbach, Borges, Baudelaire e Bulgakov, Cervantes, Dostoevskij, Eco, Flaubert, Gautier e Huysmans… mi piacciono gli elenchi alfabetici e le biblioteche.
(Musicalmente) sono schizofrenico: amo allo stesso modo Bjork e Donatella Rettore. Edith Piaf e gli Abba.
Dipingo e disegno. Quando avrò preso confidenza con questo mambo-jambo informatico, possibile che i mie disegni arrivino anche qui. Sono rimasto un secolo indietro: Beardsley Moreau Rossetti Klimt: le fonti che puntualmente tutti ritrovano. Più, forse, qualcosa di mio. Amo soprattutto il primo, perverso e semisconosciuto. Tra poco inauguro una collettiva.
Scrivo. Una decina di racconti l’anno. Qualche articolo quando mi và. Qualcos’altro, che dovrebbe venir lungo un centocinquanta pagine, ma che ho paura a chiamare romanzo. Se la mia pigrizia mi impedisse di scrivere qualcosa di nuovo per questo neoblog, forse apparirà qualche vecchia cosetta.
Sono cinico, sarcastico, snob e parecchio stronzetto. Sono un miserevole fallimento della morale catto-qualunquista impartitami.
Sono fermamente intenzionato ad atteggiarmi come un debosciato, fino a che non lo diverrò davvero.
Sono insicuro, complessato, spesso ho l’impressione di impazzire.
Sono perduto.
Eppure questa è una perditio sine qua non.
Questa perdizione mi permette di sentire la vita su di me zucchero fuso. Come milioni di aghi dorati.
E mi piace.