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lunedì, gennaio 31
combinazioni

 Non ho assolutamente niente di cui parlare. Mangio nutella e preparo qualche budino, ma queste sono operazioni di interesse dubbio. Proviamo quindi ad ampliare il discorso dello scorso giorno, in attesa che un'illuminazione divina mi permetta di postare un mio vecchio racconto, che completerebbe questa ideale trilogia sulla Parola.

La scorsa volta avevo citato i kabbalisti, e la loro mania per gli anagrammi. Anagrammi in inglese (Eco docet) è Ars Magna: ovvero il titolo di un opera in latino del 1274, L'Ars Magna, appunto, di un tale Raimondo Lullo, teologo spagnolo, un altro pazzo al livello di Swedenborg. (L'ispirazione per quest'opera la trovò in cima ad una montagna; folgorazione divina, e che altro sennò?). La sua idea era che montando su di una serie di ruote concentriche ogni tipo di possibili elementi di proposizioni su dio, ne sarebbero risultate un gran numero di affermazioni sull'essere divino. A chi non avesse capito come è fatta una ruota lulliana, chiedo di fare un piccolo sforzo di memoria, e di provare a ricordare quel vecchio gioco chiamato Gira la Moda, il sogno di ogni ragazzina dei tardi anni ottanta. La struttura è identica.

Ad ispirarsi al lavoro di Raimondo Lullo fu anche Marin Mersenne, che grazie anche quei sistemi di combinatoria, riuscì a formulare una legge generale per l'individuazione di numeri primi a partire da altri numeri primi più bassi: (se n= 2p -1, allora anche n è un numero primo. Il che ha più eccezioni che conferme, ma ha permesso di scoprire numeri primi come: 2 alla 24.036.583 - 1); completamente inutile, ma ugualmente affascinante, alla pari delle sue tavole matematiche piene di errori.

Le quali vengono ricopiate senza nemmeno una correzione dal padre gesuita Athanasius Kircher, uno dei nomi ricorrenti nel Maremagnum del para-occultismo, nonchè uno degli esempi più terribili di che cosa non sia l'accuratezza bibliografica. Nel suo Ars Magna sciendi sive combinatoria (1669), Kircher mette assieme allegramente la combinatoria di Mersenne, il misticismo di Lullo e (l'onnipresente) Kabbala, convinto che attraverso l'arte combinatoria si potesse arrivare ad un Enciclopedia del sapere: intesa non come la raccolta diderot&dalambertiana di conoscenze scientifiche, ma come collezione assoluta ed immutabile di tutte le combinazioni di tutte le realtà conoscibili, sempre per mezzo dell'ars combinatoria (addirittura arrivava ad applicare l'ars combinatoria alla composizione musicale, mediante una serie di combinazioni tra accordi consonanti, alla ricerca del brano musicale perfetto). Persino  Leibniz (che da questi argomenti era piuttosto interessato, dato che in quegli anni creerà uno dei primi calcolatori del mondo) scrisse a Padre Kircher, chiedendogli di rivelargli qualcuno dei propri segreti. Athanasius gli diede delle risposte molto gentili, ma arcane dottrine niente. Probabilmente non le possedeva nemmeno lui. 

Kircher, con mirabile ingenuità, si illudeva che continuando a seguire processi del genere si potesse arrivare, mediante il computo di tutte le lettere della torah, al vero nome di Dio. Quando anche solo permutare tutte le ventidue lettere dell'alfabeto richiede calcolare 51x10 alla diciottesima risultati...

Da qui a Caspar Schott, allievo di Kircher che propose una biblioteca che contenesse libri con tutte le possibili variazioni dell'alfabeto, il passo è breve.

E così, ovviamente, si chiude citando Borges.

Ma perchè scrivo dei post così assolutamente insopportabili? Giuro che da domani ricomincio a parlare dei cazzi miei, e il massimo di citazioni che mi concedo è Dostoevskij; anzi, Baricco.

Postato da: lorem a 19:14 | link | commenti (4) |

Chi è lorem?

Post non poco in linea con la depressione eruditomane di questi ultimi giorni, ma poco importa. Mi piacerebbe poter smettere, ma è peggio della droga.

Ogni tanto mi diverto a inserire delle parole a caso su Google. Principalmente, seguo tre diversi metodi:

1: digito una parola a caso, cercando di alternare vocali e consonanti senza creare qualcosa di senso compiuto. Ho scoperto che a patto che la parola rimanga entro una lunghezza ragionevole, è praticamente sicuro che escano pagine e pagine piene di risultati, spesso in lingue sconosciute. Pare insomma che se si va a cercare tra le lingue di Babele, le combinazioni dei suoni siano quasi tutte sfruttate.

2: metto assieme due parole assurde con nesuna connessione tra l'una e l'altra. Scopro sempre che una connessione c'è, magari assurda, magari pretestuosa, ma c'è. Sono convinto che se si provasse ad accoppiare in questo modo ogni parola di un vocabolario con ognuna delle altre, i risultati vuoti si conterebbero sulle dita di una mano.

3: scrivo un verso, un'emozione, un immagine impossibile (un muro di piume di pavone; una tigre di scaglie di vetro, mistica presenza dell'acqua). Trovo le parole sparse, distorte, distribuite in cocci di discorsi piattamente prosaici. A volte però si avvicinano, sembrano essere più prossime alla mia idea originale. Sono convinto che se avessi la pazienza di cercare per ciascuna delle pagine, scoprirei che qualcuno ha già scritto quel pessimo brandello di parole che ho creduto di inventare per la prima volta. Questa forse è una prova che tutto è gia stato scritto, e che la quantità del pensabile è fotemente limitata (come accennava Borges nella postfazione a Altre Inquisizioni).

A costo di essere prevedibile, questo tipo di processo è ispirato alla kabbalah ebraica. Non tanto nel criterio (quella infatti prevede l'anagramma e la valutazione delle 22 lettere dell'alfabeto ebraico, ed insegna ad esempio che la prima parola della bibbia, in principio, può essere anagrammata per divenire voluttà di canto ), quanto nella vaga ispirazione di un ulteriorità dietro le parole. Nel sospetto che ci sia sempre qualcosa dietro le parole, e che nemmeno ad una singola lettera sia concessa la casualità.

A proposito, oggi ho provato, in un momento di evidente narcisismo, ad inserire la parola lorem: ecco che cosa ho trovato (http://www.centrostudilorem.it/centro/lorem.htm). Inutile dire che si tratta di un caso di omonimia.

Postato da: lorem a 00:22 | link | commenti (10) |

domenica, gennaio 30
Se la classe non è acqua

Ennesima mattinata scolastica. Oppure, tanto per fare del messianesimo a buon mercato, l’ultima giornata del quadrimestre. Nulla di cui lamentarmi, nemmeno il mio solito sonno.

La massa dello Zambu staglia la sua massa a forma di emme (che pare sia dovuta ad un Omaggio all’Autorità, visto che la struttura risale al ventennio) nel cielo/nuvola di questi giorni.

Perché lo Zambu? Perché esistono il liceo svizzero, tedesco, francese, inglese ed anche la scuola ebraica, ma lo Zambu è l’unico liceo Africano che conosco.

Professori, Studenti, Personale A.T.A: sono tutti immersi in una complessa struttura tribale, fatta di faide, totem e superstizioni, che il signor Levi-Strauss avrebbe commentato con passione, ma che dopo quattro anni (il mio quarto ginnasio è una storia a parte) iniziano ad alimentare il mio sconforto: l’ultima volta che ho incontrato una persona senziente lì dentro me ne sono involontariamente uscito con un: Doctor Livingston, I suppose.

Non che questo non comporti alcuni spettacoli ricorrenti che non finiscono di meravigliarmi:

1-     La fila Sinistra della mia classe (più in senso estetico che politico o topologico). Nonostante una composizione eterogenea ed apparentemente umana, ho visto provenire da essa degli atteggiamenti e delle affermazioni di tale irresponsabilità da far sembrare me, no dico: ME, un rigorista di stampo Kantiano.

2-     La Vanitas, ovvero l’effimerità dei beni terreni, altresì definita la Sagra delle Supplenti: ovvero delle trentenni inesperte pronte a farsi vittimizzare. Temo di sapere da chi abbiano preso l’idea i torturatori di Abu Grahib (pesante…)

3-     Il mio professore di matematica e fisica, che per comodità chiamerò Leibniz. Più che per i suoi meriti scientifici, per l’attrazione infinita che l’assonanza monadi/gonadi produce su di me.. egli è un uomo moralmente ineccepibile, con due lauree, ma completamente schizofrenico. Dal giorno fortunato in cui vinsi il premio letterario dello Zambu godo della sua stima incondizionata, e le mie interrogazioni solgono risolversi in un dialogo tra due su personalità, con una che fa domande, e l’altra che risponde al posto mio.

4-     La mia professoressa di storia e filosofia, che per comodità chiamerò Socrate. Questo vale per la genialità maieutica, ma anche per la barba.

5-     La mia professoressa di Greco e Latino del ginnasio, Annabal Lecter, un incrocio tra Goebbels e Cher, che sfila per il liceo con il suo costoso visone tiranneggiando tutti, dalle bidelle al preside. Una delle persone più competenti e malvagie che abbia mai conosciuto, una reincarnazione di Crudelia Demon.

Questo e molto altro ancora, nel mio fantasmagorico liceo: occupazioni fallite per gente che i dimenticava le porte aperte, vetri che crollano dal secondo piano, aule studenti requisite, professori frondisti e professori kamikaze…

Insomma, la Normalità più assoluta, con la sua caratteristica principale: è terrorizzante.

Ringrazio lo Zambu per avermi offerto giorno per giorno lo spettacolo della stupidità, umana e non.

Perché da stigmatizzarla si passerà ad amarla, e forse addirittura a comprenderla.

Ringrazio lo Zambu perché mi permette d avere una media superiore all’otto studiando cinque ore a quadrimestre.

Ringrazio lo Zambu perché sarebbe molto brutto , ammettere di non amare la propria scuola.

Quest’anno gli esami. E poi chissà.

Postato da: lorem a 15:51 | link | commenti (5) |

venerdì, gennaio 28
D&D, Thorlad, Orbis tersus

 Domani, fino a tarda notte, si gioca a D&D. Acronimo familiare e amichevole del più famoso gioco di ruolo fantasy al mondo, Dungeons&Dragons.

Draghi da ammazzare, prigioni da esplorare, principesse da salvare. La solita congerie Tolkeniana, spogliata dalle nebbie e dal tweed mentale di Albione, e rimessa a nuovo dall’America degli anni settanta. Enorme marcescenza di mercato, alimentata dalle paghette di tanti adolescenti disadattati e nerd universitari.

Ho iniziato a giocare a D&D a undici anni, quando avevo già letto il Signore degli Anelli tre volte (a quel tempo ne ero orgoglioso, adesso non saprei). Giocando, e soprattutto creando mappe, mostri, personaggi e quanto, provavo uno strano senso di disagio, un piacere urticante in fondo alla gola, e un vago senso di colpa. Ho capito da cosa dipendessero quando ho letto I Paradisi Artificiali.

Venni catapultato nel deliquio di un’altra coscienza, della possessione di un non io parzialmente o totalmente diverso da me..

In seguito, passata la stessa crisi adolescenziale di onnipotenza mistica che mi aveva portato a giocare a magic, mi presi un periodo di pausa. Pare che però l’idea di recitare una vita non mia, in un mondo che non nasconde il suo essere fittizio, è un germe difficile da estirpare, almeno in anime eticamente passive come la mia.

E così il gioco è iniziato, stavolta sul serio.

Sono nella stessa compagnia di gioco da tre anni e mezzo. Sono rapporti tendenti al minimo, ermetici, fatti di quella numerologia per iniziati che sono le caratteristiche di gioco, le statistiche di personaggi e mostri; Più che un gioco, che è qualcosa da fare, anzi celebrare in compagnia: dungeons&dragons è un culto (di cthulhu), un’alienazione. Ha il suo gergo, le sue abitudini, le sue devozioni settimanali.

Siamo in quattro a giocare: tre P.G (Personaggi Giocanti, oppure Possessio Gurgitis), più il Master;

che nel nostro caso deve essere un posseduto dello Zeitgeist, oppure in stretti rapporti con la Memoria universale di Yeats.

Abbiamo cominciato tre anni e mezzo fa. Ed in tre anni sono nati Thorlad, ovvero il mondo in cui viviamo; e per popolare Thorlad dei, e uomini, e altre razze. Città e nazioni, popoli e con i popoli tutte le loro storie. Sono stati creati il Bene ed il Male, il Caos e la Legge.

Tutto questo ovviamente sfugge al Nano Drakk, che è interessato solamente ad usare la sua ascia elementare +4.

In questo mo(n)do la nostra storia ha iniziato a svilupparsi, e noi con essa.

Abbiamo guidato un nostro schieramento in una battaglia contro un esercito di quattrocentomila soldati (come Napoleone a Lipsia).

Abbiamo  avuto la nostra nékuia, e parlato in uno specchio fumoso con i nostri compagni morti.

Abbiamo esplorato una enorme, labirintica città disabitata, sospesa al centro del nulla.

Ho preso i miei voti in un monastero dimenticato, e parlato con la Dea di Rubino, in uno dei suoi molti avatara.

Ho insegnato le basi della magia al figlio di una divinità sconosciuta, e mi sono sentito il Chirone di quel fanciullo pazzo.

Ho combattuto contro il mio, di maestro, Telen l’infame, nella profondità di antiche caverne ghiacciate, e gli ho inflitto il colpo fatale mentre mormorava l’ultima sillaba dell’incantesimo che mi avrebbe ucciso.

 

D&D è un orbis tersus, un mondo pulito, una creazione infinita ma perfettamente umana, in cui, miracolosamente, non ci è chiesto altro che sceglierci qualcosa che non siamo, e non esserlo per una o due sere al mese. Una o due sere in cui scorrazzare indisturbati per l’inconscio collettivo, o per sperimentare sulla propria pelle (omeopaticamente) l’effetto omerico di quel sublime che lo Pseudo-Longino descrive così bene.

Non mi vergogno nemmeno un po’  di questa mitopoiesi piccolo-borghese.

 

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: lorem a 23:47 | link | commenti (7) |

giovedì, gennaio 27
Finestra su Emanuel Swedenborg (1688-1772)

 

Se si vanno a guardare le biografie dei grandi uomini del pensiero, spesso si rimane delusi.

Kant ha avuto una vita così piatta e regolare da essere un caso limite; ma nella maggior parte dei casi le cose non sono molto diverse: Spinoza, dopo essere stato esiliato, viveva in povertà fabbricando lenti; Cartesio dopo la guerra dei trent’anni ha badato solo a starsene in pace da qualche parte; i Padri meglio non parlarne, tutti a pregare e leggere la Bibbia, tranne qualche idiota che ha avuto pure l’idea di Laborare; e persino Nietzsche, con tutto quel suo parlare di Ubermansch, era solo un professorino di filologia, con gravi problemi di nervi, tralaltro.

Insomma, sembra che nessun grande filosofo abbia avuto una personalità esaltante: anzi, probabilmente a conoscerli dovevano essere dei tizi noiosi e queruli.

Pare dunque che per trovare una figura interessante, nel bailamme della cultura occidentale, sia necessario compiere delle ricerche accurate.

A me è capitata tra le mani qualche opera e una biografia di Emanuel Swedenborg, e c’è da dire: troppa grazia.

Swedenborg fu un filosofo, un teologo, un chimico, un astronomo, un anatomista, un ingegnere, era in grado di parlare fluentemente undici lingue e, come se tutto ciò non bastasse, aveva anche delle visioni mistiche, in cui vedeva angeli e diavoli, e viaggiava attorno al sistema solare. Prevedette l’incendio di Stoccolma da tremila miglia di distanza, e l’assassinio di Pietro III.

Affermò che la luna era popolata da esseri che si esprimevano attraverso il suo stomaco, con dei suoni simili a dei rutti, ed era convinto di essere stato prescelto da Dio quale tramite tra la terra e il mondo.

Inventò una macchina per la distillazione delle acque salate, e fu uno dei primi uomini di scienza a comprendere l’importanza della corteccia cerebrale.

Rischiò di venire impiccato, per aver infranto una quarantena contro la peste.

Pubblicò una cinquantina di opere diverse, per la maggior parte in latino, con titoli che vanno da oeconomia regni animalis a de telluribus: i quali  sconvolgono le terre del sistema solare, chiamate pianeti, e che riguardano l Cieli stellati; assieme ad un saggio sui loro  abitanti.

La sua opera ha influenzato William Blake, Emerson, Yeats; lo si trova citatò più e più volte in Borges; Jung ha compiuto studia accurati sulle sue visioni e su un diario dei suoi sogni.

Persino Kant gli dedica un’opera intera, intitolandola I sogni di  un visionario interpretati con i sogni della metafisica, in cui cerca di dimostrare (mirabile sforzo) che Swedenborg non era del tutto sano.

Di tutte le idee di Swedenborg, forse la più interessante è quella dell’aldilà elettivo.

Secondo lui, una volta che l’anima lascia il corpo, giunge in uno spazio neutro. Dopo poco si avvicinano ad essa degli individui, che sono angeli e diavoli in incognito: l’anima troverà che alcuni di loro sono persone simpatiche e interessanti, con le quali condivide le proprie opinioni e le proprie abitudini. Le altre, gli sono o indifferenti o antipatiche.

E così siamo noi, a poter scegliere tra inferno e paradiso quello che ci si confà meglio; possiamo cantare nei cori angelici se siamo anime pure e pie, oppure crogiolarci nel fuoco infernale, se è quello che in fondo attira le nostre anime prave.

Non ho mai trovato qualcuno che considerasse con tanta libertà la vita ultraterrena.

 

 

Postato da: lorem a 23:45 | link | commenti (4) |

Occhebello Macchebravi

Da quanto tempo non lo vedevo? Tre settimane, forse di più. E ieri sera mi chiama tutto tranquillo, e mi chiede se vogliamo andare a teatro.

C’è stato un momento di imbarazzo? Davvero, non riesco a ricordarmelo.L’unica cosa che mi ha sorpreso è averlo trovato identico a come lo ricordavo. Ogni volta mi aspetto nuovi abiti, una nuova postura, un qualche indizio sulla sua nuova vita, di cui non so nulla.E invece niente. Non che questo mi dispiaccia: almeno ora ci sentiamo e comportiamo con l’onestà degli sconosciuti, il che è già molto. Prima era più difficile, quando si abitava assieme; se non si conosce qualcuno è difficile conviverci, trovarselo in pantofole che gira per casa, cenarci assieme. Ci si sente degli alieni barocchi a vivere così, mentre le belve dentro di noi urlano- Territorio. Entriamo nella sala. Mai visto un teatro così stretto e lungo. Sembra un  transatlantico, o la cabina di un aeroplano.Ma lo spettacolo è gradevole. Sono risate intelligenti, e battute semplici. La gente è entusiasta, e per una volta il mio spirito di contraddizione tace. Grazia Scacciamarra. Parla per un’ora e mezza, camminando sul palco e agitando i suoi occhialetti rossi. Mi confessa che avrebbe dovuto (voluto?) fare il medico. Si è iscritto a biologia che aveva diciotto anni, si è laureato che ne aveva ventuno, con centodieci e lode. Rido anch’io, eccome. All’uscita piove, quando arriviamo alla moto. Mi riaccompagna a casa.Guardo il suo casco nella notte, con le mie mani scure sul suo cappotto.

Mi ero dimenticato di avere un padre.

Postato da: lorem a 23:07 | link | commenti (6) |

Mercoledì in differita

 

Mattinata all’insegna del sonno, della gioia, di un freddo che non ricordavo si potesse sentire.

Una sola ora interrotta, questa mattina, con una supplente di greco.

Non è nemmeno scuola, questa non c’è tempo per la noia, per la contrazione dei corpi sui banchi verdastri. I minuti non fanno in tempo a morire, niente contemplazione di orologi esausti.

Mi ricordo poco di questa mattina. Sarà il sonno, sarà che le varie cioccolate, camminate, calamari coccole e caffè si sono mischiati in un'unica impressione felice. Un’apoteosi del tempo bergsoniano, che poi, si sa, è quello degli innamorati.

Pranzare tra la gente che lavora, farsi sorprendere all’improvviso dall’idea palese che oggi è mercoledì.

Mercoledì, la miseria.

La parola diventa affascinante, se la si inserisce nel suo contesto: Mercedi, Wednesday, Kayôbi.

Oggi ho ricevuto, per grazia di chissà quale divinità gnostica (imperfetta,dunque; ma io e lei ci capiamo alla perfezione), l’intuizione di che cosa sia il mercoledì.

E’ una giornata in cui la vista conta poco. In cui mi pare di pensare poco, e di odorare ed annusare con le mie labbra e le mie mani. E’ color indaco, ma non ne sono sicuro, perché il colore lo si intravede da lontano, sfocato da sole. Che poi è solo una mela a forma di fornace bianca. Ha un sapore di miele alla lavanda, o di lavanda da associare all’idea di miele. Sono quattordici ore di luce bianca, quattordici minuti di conversazione, la sicurezza che dietro al cielo ci sia un paravento di seta chiara, con il ricamo di un fiore.

mercoledì

mercoledì è vedere la propria città da straniero, è camminare addormentato senza temere il buio.

Mercoledì è farsi bloccare da uno sconosciuto, ed essere gentili come un cinese.

Mercoledì, una goccia di gomma verde sul mio cuore, no?

Mancare un amica e vederne altri tre.

Vestire i panni neri dell’abitudine, e

Per una volta

Perdervicisi, come in un’epifania di Dublino.

Postato da: lorem a 01:10 | link | commenti (3) |

martedì, gennaio 25
biblioteca-1

 

Oggi, dopo quasi una settimana in cui orari scomodi e la mia pigrizia mi hanno impedito di fare alcunché, sono riuscito ad andare in biblioteca. Biblioteca con la b minuscola, dato che in quella minuscola costruzione adiacente alla mia vecchia scuola media, non pare ci sia traccia delle stanze ad esagoni e delle vindicaciones di Borgesiana (stavolta con la B maiuscola) memoria.

Sul piede sinistro ho una ferita grande e tonda, il regalo di una vescica di domenica. Mi fa paura pensare che sotto meno di un centimetro di pelle siamo già così rossi e doloranti.

Così mi trascino con una gamba un poco rigida per quei due, trecento metri che la separano da casa (la biblioteca, non la ferita).

La gente mi guarda mentre arranco per la strada, e io ricambio i loro sguardi con l’espressione rassegnata e serena del ragazzo zoppo dalla nascita, che sopporta con orgoglio il suo handicap.

Così, quando entro nell’ufficio prestiti, ho un piede distrutto, e mi sento ricoperto di melassa come un personaggio di Cuore.

Faccio la mia richiesta alla tizia che si occupa dei questuanti come me: sto cercando La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, un ameno saggio di quattrocento pagine di M.Praz. E, se ci scappa, Qualcosa di Max Beerbohm.

Gli confermo i titoli con aria trionfante, con la salda intenzione di farle capire che non sono un morto di fame che va a chiedere in prestito l’ultimo libro della Fallaci, o il Grisham di turno, ma un ennesimo Melmoth che pretende di consultare gli antichi grimori di un sapere occulto, alieno alle masse.

Ebbene sì, mi rimane questo concetto un poco esoterico del libro.

Purtroppo mi sono dimenticato che ogni Melmoth che si rispetti ha schiere e schiere di diavoli al proprio servizio, o quantomeno una biblioteca personale.

Scopro così che per avere tra le mani una copia del Praz dovrei andare fino a Castro Pretorio, iscrivermi alla Biblioteca Nazionale, e prenotare una delle tre copie disponibili, tralaltro tutte assenti. Quanto a Beerbohm, il discorso non cambia: Biblioteca Nazionale, altrimenti la copia più vicina è in una biblioteca sull’Appia.

Gli rispondo che non posso permettermi delle traversate del genere, visto lo stato della mia gamba: e allora tutti mi guardano un poco dispiaciuti, e capisco, in un unico momento di atroce consapevolezza, che mi hanno classificato come studente universitario, povero e sciancato.

Peggio che De Amicis: Dickens.

Vado un momento in consultazione, afferro un saggio di Arbasino, una monografia su Schelling, un’onesta antologia di simbolisti. Firmo sul registro messomi a disposizione con una bic blu (niente tomo pergamenato, niente piuma di pavona, dannati), e me ne esco tra gli auguri affettuosi dei bibliotecari.

Li maledico in quattro lingue diverse.

E rimpiango, come al solito, di non conoscere l’aramaico.

 

Postato da: lorem a 19:47 | link | commenti (5) |

domenica, gennaio 23
Passione Domestica

 

Arrivo alle tre, invece che all’una, e nel cielo umido fa già buio.

Riesco ad insultarla solo una volta, poi scoppio a piangere, e allora mia nonna mi prende per il braccio, e mi accompagna nel salone buono.

Riesco a farfugliarle qualcosa, tra le lacrime. Piango senza sensi di colpa, senza vergogna.

Piango per la Rabbia e per il Dolore, non per me. Non sono io che piango, sento solo queste due sensazioni che mi scorrono dentro, dense e fredde. Ho sempre freddo, quando mi  metto a piangere.  

Piango, e forse piango così forte perchè di solito sono gli innocenti a piangere, e io per una volta sono stanco di essere il colpevole.

Mia nonna mi porge una borsa di acqua calda, la poggia sulle ginocchia. Esce un momento, e torna con un maglione fatto da lei, grigio e beige. Mi fa levare il mio, che è più leggero. Il maglione è pesante, caldo. Lo ha fatto per me.

Stringe le mie mani, le sento come blocchi di ghiaccio. Sono grandi, fredde, sudate. Le faccio affogare per un momento nel calore delle sue.

Piango più forte, e riesco a chiederle dei cerotti e dei calzini. Ho i piedi sporchi di sangue.

La bambina di due anni entra correndo nel grande salone freddo, ed assiste tranquilla mentre mi sfilo le scarpe e i calzini, mi passa uno dei due cerotti di cui ho bisogno per coprire le ferite, mi sorride con la sua sfacciata innocenza.

Poi mi offre una galatina al latte, e se ne fa scartare un’altra per lei. Ci mangiamo assieme quei dischetti bianchi e dolci.

Mi nonna continua ad andare indietro dalla cucina, sento le voci di tutti. Stavolta mi ha portato del caffè, in un bicchiere di vetro quasi pieno. Lo bevo in uno o due sorsi.

Ho la fronte, tutto il volto ghiacciati.

Affondo la mia faccia nella borsa dell’acqua.

Quando la rialzo, vedo di fronte a me, sulla plastica azzurra, una faccia stilizzata, con gli occhi chiusi e bagnati, e la bocca sottile disegnata da un filo di caffè. Ha un’espressione assorta, triste ma un po’ buffa.

Mi guardo attorno, vedo la bambina e la vecchia che mi siedono accanto, e avrei voglia di dire:

ecce homo.

Ma mia cugina va all’asilo ed ha due anni, e mia nonna, per colpa della guerra, non è andata oltre le elementari.

Così sto zitto, e soffro ancora un po’ in questa mia Passione Domestica.

Postato da: lorem a 18:20 | link | commenti |

venerdì, gennaio 21
Il sogno di Nembroth

 Oggi, dopo quasi un mese che mi struggevo nell'attesa, il mio stimabile (notare la potenzialità del verbo: crudele, ma non troppo) professore di Lingua Italiana, MdM, ha provveduto a riportarmi lo scorso tema.

IL rituale del tema, nella nostra sezione, ha una fissità che ho saputo spiegarmi in due modi:

Assioma 1- Il Prof MdM proprone le peggiori traccie per tema che io possa immaginare. Spesso ci si chiede di commentare un articolo di Alberoni. In condizioni del genere, in molti optano per disperazione per la traccia di Letteratura.

Assioma2- Il prof. MdM ha una gamma di voti che varia dal sei al sette. Spesso sei e sette esclusi. Così, che ci si chiami Rosso Malpelo che Proust, i voti si assomigliano terribilmente.

L'ultimo tema, era un saggio tecnico sulla metropoli. Si sarebbe dovuto parlare di problemi ecologici, di energia alternativa, di degrado urbano. IL che, correttezza formale a parte, è uno smarronamento micidiale. Così ho deciso, una volta per tutte, di osare: ho scritto qualcosa di sfacciatamente fuori tema. CHe, al tempo stesso, fosse scritto bene, o almeno con un impegno discreto. E' saltato fuori una specie di poema in prosa, un cross-over tra Rimbaud e Swedenborg.

Speravo di metterlo in crisi, di strappargli un bel due. Mi ha messo otto e mezzo, quel poveraccio.

Il sogno di Nembroth

 

Nella storia dell’umanità, la prima costruzione di cui ci arrivano notizie viene già esecrata per il suo gigantismo.

Noi oggi siamo in grado di fare ben di meglio: se la Torre infatti si ergeva nella sola altezza, la Metropoli odierna è un costrutto ben più teratologico e teratomorfo, che si espande in tutte le direzioni, e i suoi fumi riescono a sfondare persino la fascia dell’ozono, ben più in là del cielo che il pinnacolo biblico avrebbe voluto raggiungere.

Due opposte tendenze si possono trovare nell’animo umano.  l’una titanica, uranica e iperuranica, ad estendere ad estendere la propria presenza e conquistare per il proprio sguardo la totalità dello spazio; l’altra ctonia, uterina, a concentrarsi in piccoli rifugi comuni, a cercare il conforto e la presenza dei propri simili, a divenire uno tra molti, piuttosto che molto in uno.

La città, la moderna Città, la Metropolis di Fritz lang e di Dickens, di Bukowski e di Dostoevskij, realizza in sé questi due ideali contrastanti.

Luogo immenso, luogo assoluto, che crescerebbe senza alcun limite, e che quando un limite ha davanti, lo divora, lo trafora, lo spiana, lo bonifica. Ma anche rifugio della massa, immane catalizzatore di uomini, angeli e demoni, paradiso borghese o inferno del proletariato. Luogo dove stringersi l’uno contro l’altro, a milioni, schiacciati in un unico esilissimo “ora”.

La città è vecchia, ma non vecchissima. Prima della Città l’uomo aveva già creato tante cose: la ruota, la scrittura, un calendario e un Dio. La Città si appropria di queste conquiste, le sfrutta, le migliora, le fa sue. Sull’ultima di esse ha forse qualche riserva: inventa nuovi dei, o lascia che delle vecchie divinità rimangano solo le chiese o le statue, mentre i numi muoiono, lontani dai campi e dai deserti che li hanno generati.

Eppure per millenni la società ripudia il troppo grande, il troppo popoloso. Gli antichi greci abbandonano le loro case piuttosto che affollarsi; Roma è sì grande, ma perché è il centro di un impero, e muore ancora prima di esso. Nel medioevo non vi sono che piccoli borghi dalle piccole case, nei quali un solo campanile indica il cielo, piuttosto che protendersi verso di esso.

Poi, all’improvviso, guglie gotiche iniziano ad innalzarsi il profilo; sacre escrescenze, simboli di cambiamento. Le Città iniziano a crescere. Certo, dentro di esse si brucia, dentro di esse si uccide, dentro di esse si muore, con strani gonfiori nerastri nell’incavo delle braccia. Eppure l’espansione non si ferma. Rallenta ,semmai, attende un nuovo momento di luce, legge e lumi, rivoluzioni scientifiche, giacobine, industriali..

Allora però perde ogni freno e ogni controllo.

Questo Moloch (come Moloch immane massa metallica; come Moloch annerita dagli olocausti di migliaia di ciminiere) si espande con un unico, forsennato ansito di un secolo e mezzo.

Qualcuno ora intravvede un pericolo. Altri lo urlano, ma non comprendono.

Si sente inquieto, sapendo di vivere in un sistema che ogni giorno divora combustibili, acqua, cibi ed aria, ed ogni giorno vomita tonnellate di cenere, liquami, escrementi, aria morta.

Ancor di più teme il Caos che la Città pare amare. Ogni città è Babilonia, retta da una Lotteria che non sottrae la vita al caso, ma che finisce di rimetterla ad esso. (J.L. Borges è forse uno dei più grandi autori del XX. Ma come d’altronde tradizione vuole, cecità e genio profetico sono spesso associati).

L’uomo si sente tradito dalla sua creazione. Ma ormai è egli stesso creatura di essa, prodotto del prodotto dei suoi desideri. Voleva essere assieme ad altri, voleva essere compagno, o gruppo, o gregge. Ha invece scoperto che in nessun luogo come nella folla si può essere soli. Ha perso il suo volto, la sua voce, il suo nome.

L’uomo cercava un grande spazio per sé, dove essere libero. Ma la Città si è stretta su di lui, lo ha masticato e rinchiuso, seppellito in cunicoli sotterranei, o in torri di vetro o acciaio. E ora le città sono sì grandi, ma l’uomo dentro di esse soffoca.

Marx stabilisce che lo sviluppo urbano, anche preindustriale, è avvenuto perché è il più idoneo per lo sviluppo dell’economia di mercato. Nel mio parere, più visionario (à la Blake, à la Swedenborg) che scientifico, mi pare di intuire che la Città risponde ad un qualcosa di più intimo e feroce. Trasformare il mondo in un'unica enorme città (che nella tradizione esoterica medioevale era situata al centro del globo, e si chiamava Aggarrtha), è un sogno che continuerà a bruciare dentro di noi. Sia che l’Armageddon ecologico avvenga tra dieci anni, sia che tra duemila continueremo a vivere in falansteri tra le stelle.

Era questo, mi pare di ricordare, il sogno di Nembroth.  

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