Epigraphe allo Zambu:"Fumare ti uccide lentamente" mi dissero
"Non
ho nessuna fretta"
(Anonimo Zambuense)
Scena dal tabaccaio: Qui in un sabato,pomeriggio per
ricaricare un cellulare. Altrui. Accanto a me un uomo, quarantenne enorme,
muscoloso e un po’ tamarro, con stivaletti neri, giaccone di pelle della
Bellstaff, e figlia. Dieci anni circa, molto bella come il padre, anche lei
stivaletti, e cartella firmata. Ad un tratto lui si volta, le sorride, le fa un
cenno. Lei risponde a gesti. Leggono le labbra del tabaccaio. Non si capisce
chi sia sordo, o chi sia muto. Se solo uno dei due può parlare, di fronte
all’altro non dice nulla che quello non sia in grado di capire.
Comunicano entrambi nel silenzio.
Avete mai desiderato almeno una volta di resuscitare Dante
Alighieri, raccontargli che cosa è accaduto in questi sette od otto secoli
(senza turbarlo troppo) e chiedergli di completare al sua commedia, piazzando i
vari beati e peccatori nel girone o nel cielo adatto?Insomma: Dante ha verve; Dante ha pathos; Dante ha una
capacità di giudizio severa e geniale.Dove sarebbero, in un eventuale Divina Commedia 2.0 Lutero, Carlo
V, Luigi XIV, Richelieu, Robespierre e Danton, Napoleone, Cromwell, Galileo, la
regina Vittoria, Bismarck, Marx e Nietzsche, Fermi, Ghandi e Margaret Tatcher
(so che qualcuno protesterà per i nomi qui elencati; ma sono quelli che per primi
si sono affacciati nel mio insano cervello)?Dove avrebbe mandato i vari dittatori del novecento? Tutti
in uno stesso girone, o separati a seconda del totalitarismo selezionato?E poi: avrebbe deciso per un apertura neo-ecumenica come quella
di cui tanto si parla in Vaticano, e in cielo allora troveremmo Ghandi e i vari
Dalai Lama, oppure opterà per lo zoccolo duro, e il massimo di variazione sarà
tra don Giussani e José Maria Escrivà?
Forse deciderebbe anche di introdurre anche nuovi peccati e
nuovi gironi, ovviamente in ossequio agli ultimissimi update teologici del
vaticano.
Forse si rifiuterebbe di scrivere. Non che la cosa possa
addolorarmi più di tanto, vista la completa impossibilità di quanto detto
prima.
E’ sempre difficile giudicare il proprio prossimo, e
verrebbe voglia di Qualcun Altro che lo facesse per noi. Non è forse dettata da
pigrizia la frase –Dio sceglierà i suoi-, pronunciata da un vescovo appena
prima del massacro degli albigesi?
Di fronte ad una giustizia terrena parziale (in ambo i
sensi) e fallibile, e ad un mondo nel quale ciascuno considera Verità le sue
ragioni, non è una dolce tentazione giudicare le azioni di un uomo con il senno
di poi, e a seconda del suo premio o castigo?
Gli angeli mi comunicarono che quando Melantone morì gli gli
fu assegnata nell’altro mondo una casa illusoriamente simile a quella che aveva
avuto sulla terra. (A quasi tutti i nuovi arrivati nell’eternità accade la
stessa cosa ed è per questo che credono di non essere morti). Gli oggetti
domestici erano tutti uguali: il tavolo, la scrivania con i suoi cassetti, la
biblioteca. Non appena Melantone si svegliò in questo suo nouvo domicilio,
riprese la sua attività letteraria come se non fosse stato un cadavere, e per
alcuni giorni scrisse sulla giustificazione per fede. Com’era sua abitudine,
non spese una parola sulla carità. Gli angeli notarono questa omissione e
inviarono dei messaggeri ad interrogarlo. Melantone disse loro: -Ho
irrefutabilmente dimostrato che l’anima può prescindere dalla carità e che per
entrare in cielo basta la fede-. Diceva queste cose con superbia, e non sapeva
di essere già morto e di non trovarsi affatto in cielo. Allora gli angeli
udirono quel discorso e lo abbandonarono.
Di lì a poche settimane, i mobili cominciarono a dissolversi
fino a diventare invisibili, tranne la poltrona, il tavolo, i fogli di carta ed
il calamaio. Le pareti della stanza, inoltre, si macchiarono di calce ed il
pavimento divenne di vernice gialla. Anche i suoi abiti erano di già molto più
scadenti. Lui tuttavia continuava a scrivere, ma siccome persisteva nella
negazione della carità fu trasferito in uno studio sotterraneo dove c’erano
altri teologi come lui. Lì rimase per qualche giorno, finché non iniziò a
dubitare della propria tesi e gli permisero di fare ritorno. I suoi abiti erano
di pelle non conciata, ma egli si sforzò di credere che si era trattato
semplicemente di una allucinazione, e continuò ad esaltare la fede e a
denigrare la carità. Una sera sentì freddo. Allora fece il giro della casa e
scoprì che le altre stanze non corrispondevano più a quelle della sua dimora
terrena. Una era piena di oggetti sconosciuti; un'altra era talmente
rimpicciolita che era impossibile entrarvi. Un'altra ancora non era cambiata,
ma le finestre e le porte davano su grandi dune. La stanza in fondo era piena
di persone che lo adoravano e gli dicevano che nessuno era sapiente quanto lui.
Tale adorazione gli piacque, ma siccome alcune di quelle persone non avevano
volto e altre sembravano morte, finì per provarne orrore e diffidarne. Decise
allora di scrivere un elogio della carità, ma le pagine scritte oggi
risultavano cancellate l’indomani. Questo perché le scriveva senza convinzione.
Riceveva molte visite di gente appena morta, ma si vergognavadi riceverle in un
alloggio così squallido. Per far credere a costoro che si trovava in cielo, si
mise d’accordo con uno stregone della stanza in fondo, e questi li ingannava
con simulacri di splendore e serenità. Non appena i visitatori si ritiravano, e
talora anche un po’ prima, ricomparivano la miseria e la calce. Le ultime
notizie su Melantone dicono che il mago e un uomo senza volto lo portarono tra
le dune e che ora è una specie di servo dei demoni-.
Oggi lorem, assieme ai suoi vecchi compagni dello zambu e alla sua nuova professoressa di arte, è stato portato ad ammirare l’esposizione di De Nittis al chiostro del Bramante.
Torno ora a casa, e posso con certezza affermare di essere stato sottoposto poche volte in vita mia ad una simile carrellata di midcult. Tuttora, se solo le mie simpatie per l’atto del vomito non fossero così scarse, sarei in bagno a rimettere.
Già dalla prima sala, le cose hanno cominciato a mettersi
male: grandi paesaggi dalle pennellate pastose (immagino per dare l’impressione
di intensità emotiva), mucche e tronchi in primo piano, cieli di un azzurro
brillante e smaltato.
I compagni dello zambu cadono in quel visibilio ostentato
(unga bunga; che bello che bello) che è fatto per metà da ossequio per
l’autorità (ovvero: se sta in un museo deve essere bello per forza, bisogna
solo scoprirne il perché) e per metà per reale ammirazione per ogni dipinto
dove le cose sono –disegnate bene-, e i colori -tutti giusti- (in definitiva,
che assomigli alla crosta nella sala da pranzo della nonna).
Se fosse solo per questo però, non sarei rimasto così interessato/disgustato. Il punto è che il pugliese De Nittis, nella sua brillante smania artistica, riesce a toccare delle vette di ipocrisia così abietta da risultare quasi schizofrenico; abbiamo quindi una sala di vedute impressionistiche di Westminster (il Turner dei poveri), un'altra piena di borghesotti alle corse dei cavalli, che ricodano quasi Seurat e Tolouse Lautrec, con la grossa differenza che sono brutti; un grande dipinto che rappresenta una serata alla moda chez Mathilde Bonaparte, ventagli di seta e dipinti Giapponesizzanti, che grondano la soddisfazione del contadino di Brindisi che si è trasferito a Parigi, un ritratto della moglie che è la scusa per disegnare un piattino di porcellana, vedute del Vesuvio che vorrebbero essere sublimi, e che potrebbero anche risultare credibili, se solo nella sala prima non si fosse scatenato con un Ondina Orientaleggiante dallo sfondo Dorato…
La climax continua, fino a quando, e nell’ultima sala
vediamo il peggio del peggio, ovvero i suoi ritratti di ragazzotte e signorine
borghesi, che sorridono melanconiche, emergendo da uno sfondo vagamente impressionista®, (il brevetto è di Renoir, altro
figuro disgustoso) con i loro sguardi ebeti e i cappellini alla moda bene in
vista. Un trionfo di Spirito botte-gaio.
Il bello, è che nessuno di questi quadri (con poche,
eclatanti eccezioni) è brutto, nel senso autentico del termine. Presi
individualmente, rivelano un pittore abile e preciso, capace di variare
tecniche e materiale con una facilità serena e gradevole. Insomma, sconcertare
non sono le opere in se, ma il loro appartenere ad un solo autore.
Non si può nemmeno parlare di Manierismo, di fronte a tutto questo:
la maniera infatti riusciva a d attribuire, magari sbagliando, magari peccando
di poca originalità, un giudizio di valori a soggetti e schemi artistici. De
Nittis, al contrario, si limita ad (e)seguire tutte le diverse correnti
artistiche dell’ultimo trentennio del novecento.
Insomma, in fondo ogni artista che deve vivere della propria
arte è una puttana. Ma esistono le Cortigiane (vedere Boldini; vedere il Klimt
del ritratto ad Adele Bloch-Bauer), ed esistono le Mignatte del Villaggio. De
Nittis appartiene, inutile dirlo, alla seconda categoria.
Tuttavia, apprezzo enormemente la mia mattinata qui (al di là del fatto del saltare scuola..): De Nittis è infatti l'esempio migliore e più perfetto di che cosa NON sia arte; continuando a visonare opere del genere, potremmo forse arrivare ad un estetica negativa...
Se non sono queste le soddisfazioni…
L’altra sera (tempo irrimediabilmente indefinito; quindi ideale per questo blog) mi ero rincattucciato nel mio letto pieno di ideogrammi, e avevo provato a scrivere un racconto. Lo spunto mi era venuto in mente tanto tempo fa, e più che un idea era un immagine: un uomo che si allontana in una notte piovosa, dopo averne ucciso un altro per rubargli degli appunti, un libro, o un qualche altro documento magico. Palandrane mistiche per entrambi, e segreti inenarrabili. Nella prima stesura avevo provato ad intitolarlo Homunculus, aveva una ambientazione tardo-medievaleggiante e faceva veramente schifo.
L’altra sera, complice una qualche ispirazione improvvisa e (apparentemente) felice, mi pare di avere un intuizione: l’oggetto per cui uccidere non deve essere l’Homunculus, banale ometto artificiale da ottenersi mettendo in ebollizione per trenta giorni sangue umano e sperma di cavallo (non oso immaginare come si fa ad ottenere il secondo ingrediente…) ma bensì il Golem, l’ambientazione Praga, ed il cadavere nella notte, che continua a stringere nella mano delle carte che ormai è qualcun altro a tenere, un rabbino.
Ripasso tutto quello che so sui golem, dal giochino Meth-Emeth (verità e morte, vita e distruzione, da tracciarsi sulla suo fronte per crearlo e ucciderlo), fino alla storia del nome segreto di YHWH.
A questo punto, rimane una sola domanda: chi è che ha ucciso il rabbino, e proverà a creare il golem? Chi è il l’assassino e il protagonista?
Un’unica risposta, lancinante e geniale: il Golem stesso.
Il rabbino, come nella leggenda originale, ha sbagliato una sola lettera. Nella leggenda il golem rimaneva muto, nel film impazziva e veniva distrutto, in questa ipotetica variante uccide il suo creatore, e credendo di essere un uomo reale vuole egli stesso compiere il rito, creare egli stesso un golem.
Come un flash, mi passano davanti agli occhi lo sviluppo e la conclusione: per mesi si nasconderà in una stalla (come il Mostro della Shelley), studiando quegli appunti cabalistici. Quando finalmente si sentirà pronto, scenderà fino al fiume, modellerà con dell’argilla un corpo che, né lui né il lettore lo sanno, è identico al suo. Pronuncierà fino all’ultima sillaba e senza il minimo errore la lunga sequenza del rituale, ed attenderà. Nulla è successo. Il golem, con il suo minimo baluginio di essere, non può infondere la vita alla nuda terra. Per la più banale delle leggi dell’ipostasi.
A questo punto egli si specchia nel fiume. E capisce di essersi creduto creatore quando era solo creatura, capisce di essere solo un pupazzo di fango e parole, e non il mago grandioso che si era gloriato di essere.
Scende nel fiume, e la corrente lo scioglie, lentamente.
Pochi secondi dopo questa conclusione esaltante, mi rendo conto con un guaito che questa storia esiste già, e che la sua struttura ricalca perfettamente quella de Le rovine circolari, uno dei racconti Più famosi di Ficciones. Lì l’ambientazione è indiana, e l’uomo prova a creare un uomo mediante i propri sogni, per poi scoprire di essere stato sognato a sua volta.
La cosa più brutta è che Borges, scrivendo le sue rovine circolari, con ottime probabilità in mente proprio una sua poesia, El Golem (da Elogio dell’ombra, Adelphi), parlava proprio della creazione dell’uomo di argilla, e dello sconcerto iperbolico di Dio, che guarda il rabbino con la stessa espressione dubbiosa con cui il rabbino osserva il fantoccio di fango.
Ovviamente, quando ho pensato al Golem la poesia di Borges mi è venuta subito in mente: e secondo una logica perversa tipica di Borges, ispirandomi ad una delle sue poesie, era molto probabile che finissi per plagiare, inconsciamente o no, uno dei suoi racconti posteriori.
In un paio di punti, come l’omicidio o l’andamento non circolare, ma periodico del racconto che ho pensato, la mia trovata si discosta da quella del vecchio argentino, e mi verrebbe voglia di salvarlo. Troppo pochi, purtroppo. Dall’altra il mio spirito critico accetterebbe volentieri una riscrittura (pratica onorabilissima, basta vedere il Faust di Mann), ma ripugna l’idea di sfruttare, anche innocentemente, una trovata già impiegata da qualcun altro.
Questo, ovviamente, non mi salva né dallo sconforto , né dall’ inquietantissima frase della postfazione di Altre inquisizioni: -(…) un'altra, a presupporre (e a verificare) che il numero di favole e di metafore di cui è capace l’immaginazione degli uomini sia limitato, ma che codeste contate invenzioni possano essere tutto per tutti, come l’Apostolo.-
Cosa fare? Borges probabilmente si sarebbe divertito in una situazione del genere, ed da un pezzo come quello sopra avrebbe tratto un'altra pagina delle sue Altre Inquisizioni, commentando questo episodio e (de)scrivendo un altro dei suoi racconti non scritti.
Io, più debole, forse proverò a metterla su carta, questa
idea già scritta.
EΓΚΩΜΙΟΝ IΔΙΘΤΕΙΑΣ (id est, idiociae laus, Lorem Romae
declamatio)
Idiota, parola modello ormai degenerata in un blando
insulto, deriva dal greco idios, proprio,
particolare. L’idiota quindi è quel qualcuno che immancabilmente rimane
solo, non tanto nel senso fisico quanto in quello mentale del termine. Per un
idiota, il mondo esterno è un qualcosa di lontano e tutto sommato indifferente,
i rapporti con il quale vengono filtrati da una specie di membrana osmotica; la
sua idiozia, appunto. E’ una specie
di parente povero del solipsista, che più che rifiutare la realtà, vi rinuncia
per distrazione, e finisce per pagarla cara. Seguiranno esempi.
L’idiota dunque non è uno stupido genuino, ma un distratto,
un alienato. La vita sembra tangerlo per un solo istante, e proprio in quello
la sua attenzione è rivolta altrove. A questo punto non è difficile vedere un
Eroe Tragico, in una figura del genere. Tria exempla Sequuntur.
Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisicing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquip ex ea commodo consequat. Duis aute irure dolor in reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. Excepteur sint occaecat cupidatat non proident, sunt in culpa qui officia deserunt mollit anim id est laborum."
Grandi interrogativi si dibattono nei nostri cervelli postmoderni: ad esempio: come il comparire di Osceni bezzeller (si pronuncia così) quali –Il codice da Vinci- e –Il segno dei Quattro (ispirato alla Hypnerotomachia Poliphilii…) sia possibile. In che modo il rogo di Jacques de Molay, ultimo gran Maestro del tempio, sia connesso ai regni Teutonici dell’Europa dell’est, e all’apparizione degli opuscoli parigini dell’agosto 1623.
Tutti questi sono dubbi (soprattutto il primo) tendono a rimanere irrisolti, a meno che non si abbia la fortuna di chiamarsi come un filologo rinascimentale, e capitare di notte a Saint Martin des Champs. Oppure, opzione più facile, si frequenta la sezione X dello Zambu, e si ha a che fare con la mia professoressa di Storia e Filosofia. Perché, ebbenesì, la mia professoressa è una Rosacroce. No, no, non mi rifersico alla Rose+Croix di Peladaniana memoria, né alle tante sette Rosacruciane nate negli ultimi tre secoli. Qui abbiamo a che fare con la linea pura, quella dei trentasei invisibili in sei bande. Ovvia obiezione: se Ella fosse realmente una Rosacroce, non solo avrebbe il dono dell’invisibilità e la conoscenza delle lingue, ma la cosa mi sfuggirebbe senz’altro. Errore; dato che uno dei primi requisiti per essere Rosacroce non è l’anonimato o il travestimento, ma l’ambiguità. Così, facendosi vedere in pubblico, con il suo cappottino un po’ sfigato, cancella ogni possibile sospetto sulla sua persona. Ad ogni modo, in tre anni di indizi ne ho raccolti, eccome: cenni inspiegabilmente precisi mentre parla di Pitagora e Plotino, una passione sconfessata per il sufismo, una lezione in cui con la scusa dell’ermetismo rinascimentale del Ficino ha lasciato trapelare oscuri cenni al Tre Volte Gande; Una feroce confutazione sull’origine della massoneria, che di fronte alla classe sconvolta (unga bunga) ha fatto risalire addirittura all’incontro tra Salomone e la regina di Saba. Altro che Schuré. La sua enigmatica reazione quando le chiesi il titolo di una divulgazione abbastanza seria sulla Kabbalah; ed in più il suo interesse smodato con quattro figuri che con la Rosacroce hanno avuto più di qualcosa a che fare: Cartesio, Bacone, Spinoza e Leibniz. Abbiamo di fronte un mostro di sapienza esoterica. Quanto a me, continuo a tenderle tranelli con le mie domande, ma è dannatamente scaltra; al momento la attendo al varco delle filosofie irrazionaliste, chissà cos ne salterà fuori.
Certo, poi è ovvio che a frequentare persone del genere inizi a galvanizzarti mentre si parla di Cornelio Agrippa von Nettesheim, e ti metti a tracciare alberi sefirotici nel diario delle tue compagnie di classe.
Qualcuno mi spiega come faccio a trovare del positivismo in pasticche?