Non è mia abitudine postare roba non mia. Ma quando vale la pena, è corretto rinunciare alle proprie abitudini. O no?

piccola novita: disegno più enigma. Cinquanta inviti gmail per chi nidovina ocsa vuol dire
Ti svegli stamattina, e la casa è vuota. Si era cenato nel silenzio, ieri, e tu hai ostentato il lavaggio di piatti con la soddisfazione di una casalinga di Voghera. Ma a chi importa? Di sicuro non a noi. Insomma, ti sveglii, e sei da solo in casa. Come quasi sempre, e sono le undici. Cosa hai sognato? Stamattina me lo ricordavo, ora ho smesso. Lei si ricorda i suoi sogni? No grazie, ho smesso. Ti sveglii, vaghi un po’ per casa, rispondi a due mail, il tutto senza riprendere coscienza. Poi ti cade l’occhio su un foglio in salone, un negletto fogliaccio di cartone un po’ lucido e flaccido.
Sono partiti.
Rimani perplesso, penzolante a metà tra due sentimenti non troppo borderline quali l’euforia e lo squallore. E’ una libertà che sa di alcool, e terra bruciata. Ruggine, magari ruggine. Una casa libera, tutta per te. Virginia voleva una camera, e a te hanno lasciato tutto l’appartamento. Novello Robinson, tifabbrichi una capanna strappando qualche persiana e due porte per fare il tetto, butto le coperte per terra per fabbricarmi un giaciglio da criceto, spacco le sedie e preparo il falò per questa notte. Poi vai alla ricerca del tuo pranzo, come il più brutale dei cacciatori-raccoglitori. Quattro salti in padella, ma due porzioni in due minuti ti fanno male. L’egoismo mononutrizionale non premia la specie. Ti sdrai sul divano, con un libro sulle ginocchia, e provi a riflettere sull’angoscia e la solitudine intrinseche nella tua condizione di giovane postmoderno, ma poi ti accorgi che L’Italia sul Due è un programma di gran lunga più affascinante, e che scoprire che fine farà l’uomo innamorato dell’amica della figlia ti preme molto più dei tuoi esiti (esitazioni?) esistenziali. Ricevi qualche telefonata- miracolosamente per te, perché la solitudine è bastarda, all’inizio prova a nascondersi, per poi colpirti con il suo pugno di mosche quando verso le sette e mezza ti rendi conto che sei di fronte alla televisione,e che a Ferrara manca ancora un ora intera.
Puoi fare come Vasco da Gama, ciurmnavigare (ciurnavigare, ciurnmanigare) la tua biblioteca semiesplosa dentro cassetti e comodini, alla ricerca di un saggio ancora da leggere. Normalmente ne trovi uno o due, ma scopri subito il motivo per il quale non li avevi letti: ti fanno schifo. Il computer è di gran lunga più papabile, ma i cavi recisi e grondanti silicio ti avvisano che Splinderodoma e Googlomorra al momento non sono disponibili, perché le Potenze Superiori al momento assenti considerano te peccatore, e la macchina il peccato, o forse viceversa. I cavi continuano a grondare silicio, vittime colpevoli della follia dei giusti.
Messaggi ipnoticamente insistenti, da inserire per dovere di cronaca. Il novello Robinson si fa una doccia, e passeggia per questa casa così vestita nel costume di Adamo, ma con una foglia di meno e un ombelico in più. Guadagna una onesta muscolarità olivastra, ma niente di più. Rimane prigioniero delle parole, aver scritto muscolarità lo attesta fin troppo bene. Quando riuscirà a scrivere un intero testo senza usare parole che il vocabolario di Word non riconosce, significa che sarà guarito, ed allora potrete ucciderlo. Uccidete chi amate. Uccidete chi guarisce. Ad uccidere chi è già morto, la sciattamente definita destra religiosa si ribellerà, Bush firmerà leggi apposite, e voi vi sentirete malvagi, per un istante solo. Poi continuerete a dirvi che è proprio questo tipo di dubbio che vi rende speciali, e che in fondo è tutta colpa del cattolicesimo bigotto, del polacco morente e degli embrioni. Si, sì, sono gli embrioni. Tutta colpa degli embrioni, per questo la gente li vuole secchi. Prima almeno uno nasceva quando sbucava fuori tra acqua e sangue. Lo vedevi, rosso e magro, lo sentivi piangere e almeno ti dicevi: va bene, lui è come me, io e lui siamo uguali. Adesso (si stava meglio quando si stava peggio, signora mia) non si capisce più niente, tutti parlano, tutti si esprimono, e nessuno ha più torto. Voglio i miei vecchi torti, voglio un capretto da sgozzare su di un altopiano deserto. Sub alarum tuarum, Jeohova.
Oggi sono solo in casa, per un altro quarto d’ora. Poi non so cosa cavolo accadrà.
Si sporse dalla finestra e lasciò che il suo sguardo abbracciasse con pigra grazia il paesaggio che conosceva così bene. Quella finestra altissima e stretta era il suo unico contatto con il mondo.

Di fronte alla sbavatura di puro panico di questi giorni, una delle soluzioni che più seduce è quella di spostarsi. muoversi, muoversi, alla ricerca di aria fresca! ; che e' pur sempre semplice differita, questo lo si sa. Ma per un giorno si può fingere di non appartenere a nessun luogo, ed in definitiva a tutti, e di nuovo a nessuno. Per fare questo, è ovvio che alcuni luoghi siano più adatti di altri. Bisogna cercare un posto che già di per se significhi un qualcosa di parecchio sfuggente, bisogna cercare un luogo che già di per sè sia una fuga.
Ieri sono andato a Bomarzo

In rari, fortunati momenti, al povero, confuso uomo postmoderno è concesso di sperimentare un epifania: una preziosa illuminazione laica. A me è successo l'altro giorno, in una via centrale di roma, così centrale che non ne ricordo nemmeno il nome.
Entro in un bar, apsettando che la persona con cui sono sbrighi le sue faccende nel bagno. E' un bar piccolo, piuttosto squallido, di quelli che (paradossalmente) si trovano molto spesso nelle zone centrali di Roma. Non bisognerebbe mai farsi ingannare dalle apparenze dei bar, ed una costante delle Apparizioni è il loro avvento inaspettato, che tende a sconvolgere il quotidiano, e che per meglio risaltare sceglie spesso delle situazioni di apparente squallore. Il Caso, ammesso che abbia sesso, è una Prima Donna. E infatti è Qui che Li vedo

Se esiste questo mondo qualcosa di magnifico, sono i biscotti mostrati qui sopra. Biscotti al Burro Leibniz. Della Bahlsen, perdipiù, Casa Tedesca dalla lunga tradizione dolciaria che ha sciovinisticamente deciso di dedicare uno dei suoi prodotti ad uno dei filoscofi dal nome più eufonico di tutte le epoche (ammettiamolo, tutto questo citare Laibbeniz qui e Laibbeniz là è dovuto principalente alla sonorità così... così... così saporita del suo nome). Esiste anche la versione al cioccolato, che pragmaticamente si chiama Choco Leibniz.
A questo punto, ho deciso di scrivere alla Bahlsen, che tralaltro stimo ed ammiro da quando all'asilo scoprii gli Afrika, deliziosi Wafer al cioccolato (omina munda mundis...) che consumo in dosi industriali fin dall'asilo.
Mi congratulerò con loro, e gli proporrò la produzione del
Torrone Cartesio,
Dello Strudel Fichtiano
del Pudding Russell
e così via. Alcuni filosofi non sarebbero ideali, come nomi di dolci: Anassimene, Anassimandro ed Anassagora sono ad esempio troppo lunghi, hanno una sonorità vagamente minacciosa, e ai bambini non piacerebbero. Diversi i motivi perl'esclusione di Spinoza: mi immagino un dolce povero, tipo castagnaccio, e onestamente non lo comprerei, in tutta la meraviglia di un supermercato filoscofico. Nietzsche è forse il caso più complicato di tutti: pensavo a dei Superomini di Panpepato, ma temo che l'inventore dello Zarathustra non sarebbe entusiasta all'idea.
Lo slogan forse un pò scontato, si impone con forza impellente: Quod nihhil dulcius gustari posse.
E guai al prossimo che parla male del consumismo capitalista
La notte non è mai troppo male. Il buio del mio letto è
abitato da calamari di catarro e salamandre di catrame, sicuro, io ho caldo, ed
il loro abbraccio così viscido riesce a calmarmi. Qualche volta sogno persino,
come stanotte: un falò, una serata tropicale non troppo dopo il tramonto, un
circolo di negri dagli occhi spiritati. Condomblè, mi dico io, oppure Macumba.
Nel sogno non riesco a decidermi, perché tutte le mie parole colte nel sogno
rimangono vuote. Nel sogno si sente una bella canzone, piena di bassi e di
ritmi. Potrebbe essere Human Behaviour, ma prima di potermi decidere, avverto
uno scattare spasmodico nella mia schiena, e so che uno di quei demoni latini
ha scelto me, ed allora dovrò ballare. Quanto a lungo, non so. La musica
diventa un trillo elettrico e telefonico, ma prima di svegliarmi riesco a
sperare che mi abbia posseduto uno di quelli tosti, di demoni, e che riesca a
far consumare questo ipotetico io onirico fino alle ossa. Glielo auguro, sì.
Cerco di leggere sul sottile display scavato sul telefono
chi stia chiamando, ma la sabbia del sonno ingombra ancora i miei occhi miopi
come due clessidre, e così rispondo a vuoto. Nel vuoto.
La ditta Divani&Qualcosa cerca il signor Alberto, che in
questa casa non ha mai abitato e non abiterà mai. Gli rispondo che no, ha
sbagliato numero, e buona giornata. La mia voce così poco impastata potrebbe
essere la prova che questo è solo un altro sogno, ma poi mi ritrovo addosso la
mia coperta piena di ideogrammi e la mia camera illuminata. Il mio cervello
esausto ricrea il corridoio, le altre due camere vuote, il lungo balcone
spoglio. Un capolavoro alla Hume, la conoscenza mediante l’abitudine. Avrei
voglia di richiamare il tizio della Divani&Qualcosaltro, di chiedergli se è
disposto per una mezzora a rinunciare alla sua ricerca del signor Alberto, e a
farmi da sogno, a continuare a mormorare quella canzone così Bjorkikamente
martellante, e a farmi dimenticare che io vivo, che io sono.
Ci si alza nel caldo, si scopre che per il terzo giorno di
seguito qui a Roma è primavera.
Sono le due. Esco un momento per buttare la spazzatura, poi
un altra volta, un'altra, un altra ancora. No, non lo so quante volte sono
uscito nella gialla solarità di questo pomeriggio. Non so quante cose ha fatto,
non so con chi ho parlato.
So solo che vorrei tornare nell’incubo di stanotte, e
riprendere a ballare.
Sabato,sera (già, i giorni corrano e rotolano l'uno sull'altro, in questi ultimi tempi) lorem si è recato, grazie ad i suoi giri occulti ed eminenti, ad una cena di propaganda politica. Un editore che corre con la lista civica di marrazzo, quella con la città ideale di Laurana ( logo poco azzeccato, esempio eminente qual'è di architettura disumanata), ha considerato conveniente offrire una cena di Lusso ad un centinaio di persone, nella speranza che quelle lo votino, e anzi trasmettano la loro gratitudine tutta democristiana a parenti ed amici.
A chi segue questo blog ovviamente è noto che lorem ha diciotto anni. Sa che è in età di voto, ed inaugurerà il suo certificato elettorale con queste regionali così poco appassionanti. Ma avrà pure notato anche che non una volta in questi mesi egli ha parlato di politica; anzi, che questa è una affettazione del tutto coerente. E' fin troppo pericoloso conciliare un impegno sociale alla (de)composizione artistica. Si rischia di fare come Sartre, che in ambito filosofico viene considerato un bluff (un esistenzialista marxista?) e in campo politico pure, per lo stesso motivo.
Eppure, in questo universo così orwellianamente democratico, mi è capitato più di una volta di avere in mano una scheda. L'ufficialità della situazione potrà costringermi a delle riflessioni ancora più oziose del solito, ma la mia opinione non cambia. Sapete, io non credo nella politica.
Non credo nella politica, e non per mancanza di idee, di impegno, di passione. Non credo alla politica, ma non è per quieta acquiescenza al reale e alla propaganda. Non credo nella politica, ma non perchè abbia perso la speranza di modificare il mondo, perchè mi senta l'ennesimo furbetto malato di dietrologia, o un frequentatore di paradisi artificiali, un amante del narghilè e uno spregiatore delle barricate. No, la situazione è enormemente pù complicata.
Non credo nella politica perchè penso che qualsiasi forma di organizzazione sociale sia un tipo di totalitarismo. Chiunque provi a scrivere con la propria mano nel libro della Storia (quello di Carlyle, dove ciascuno è convinto di scrivere, e nel quale invece è scritto), lo fa ad una sola condizione: deve essere convinto di avere ragione. Qualsiasi modello sociale si pone come assoluto, come immancabilmente positivo. Ogni tipo di organizzazione sociale crea delle regole che valgono per ciascuno, per il bene di tutti. Ogni tipo di organizzazione sociale è profondamente convinta della bontà del proprio operato, e non le è permesso dubitarne. Non sto parlando di nazismo, non sto parlando di Unione sovietica. MI basta la democrazia, la nostra caotica democrazia rappresentativa. Tutto ciò che è politica, finisce immancabilemente in mano del più forte. Dell'uomo più forte, della voce più forte, del Pensiero più forte. Tutto ciò che è debole, meditativo, dubbioso, viene spazzato via. Valanghe di concretezza e calcoli si abbattono su dubbi, malesseri, irrazionalità tutte umane.
Niente di scomodo. Niente di oscuro, nascosto, selvaggiamente vitale. La città ideale del Laurana. L'angoscia di un ordine vagamente necrofilo.
Ma, dato che sabato ho ricevuto cocacole aggratise ed in abbondanza, mi considero soddisfatto, e voterò per il candidato X.
Il sarcasmo è, come sempre, l'ultima chanche del pensiero debole. E l'intellettuale di sinistra, beato lui, può permettersi una crisi di pensiero che dura da quarant'anni.
Gunaturfinaburani, giovane sacerdote di Ahribeardsley, non era soddisfatto. Eppure aveva tutto, dalla vita.
<