Cagliostro era un bugiardo. Johann Valentin Andreae anche. E sono le due figure più famose dell’occultismo europeo. Che preambolo promettente.
Il primo è stato Massone; il secondo è sicuramente legato alla Rosacroce, ma in un modo non così chiaro. Il primo è famosissimo, il secondo gode di una ammirazione più selezionata, ma forse ancora più accesa. Il primo ha viaggiato per tutta la poco edificante Europa, attraverso una serie di poco edificanti avventure assieme alla poco edificante moglie Lorenza; al confronto Andreae è stato un santo, come tutti i santi relativamente sedentario. Cagliostro era un bugiardo. Johann Valentin Andreae anche. Ma poi cominciano le differenze. Perché alla pari della scienza ( e forse meno della politica, in ogni tempo) anche l’esoterismo è pieno di bugiardi, ma ciascuno è un genere a sé. In un primo momento, ammettiamolo, è la figura di Cagliostro a risultare più affascinante. Sarà per la caotica serie dei suoi spostamenti, per l’anello con il serpente (Superieur Inconnu; geniale), per il ambiguo connubio con la moglie, e quello ancora più complesso con il Lapis, o pietra filosofale. Andreae divenne famoso con i manifesti Parigini, quelli dei trentasei invisibili divisi in sei bande. Negò (e a volte affermò; ma ogni suo gesto è un capolavoro di ambiguità) per tuta la vita di essere anche solo minimente coinvolto con la faccenda; nessuno dei suoi contemporanei gli credette, e pare che anche le Nozze Chimiche siano sue (Un orgia di sangue e simbologia iniziatica, massacri e rituali alchemici: un paradiso per Jung e Tarantino).La differenza tra queste due figure è sottile? Nemmeno troppo. Cagliostro e Andreae sono due bugiardi. Quello che cambia sono le loro bugie.

Cagliostro ( Giuseppe Balsamo, ché questo è il suo vero nome; ed ovviamente non era nemmeno nobile) in fondo è un provinciale, un siciliano pronto a vendere la propria moglie per interesse, salvo poi ingelosirsi se essa sembra gradire queste imposizioni: nessuna delle sue menzogne, in ultima istanza, è rivolta ad altri che a se stesso. Il mito di Cagliostro nacque prima nel suo cervello, in qualche confusionaria fantasia, e la sua vita è l’imperfetto tentativo di renderlo reale. Cagliostro crede e non crede in se stesso, è un misto di esaltazione e truffa, è mezzo farmacista mezzo mago, mezzo ladro e mezzo stregone e quando ci azzecca da una parte è sorpreso, dall’altra si ripete che non poteva che andare così, che lui possiede dei veri poteri. I suoi rituali sono pittoreschi, ma inconsistenti. Cagliostro è un ladro, ma il primo che deruba è proprio lui stesso. E oltre che vittima, è pure martire -come tutti i meridionali, quando si tratta di esagerare sa come farlo: la prigionia finale a S.Leo (carcere-rocca che o rischiato di visitare l’anno scorso, in gita scolastica) è un epilogo tragico quanto scontato, ultimo risultato di picaro che ha giocato a fare l’eroe.

Andreae al confronto è un artista. Fa dichiarare la propria esistenza ad una setta immaginaria, ed altri la creano immaginandola reale. Ha attinto al mistero più insolvibile di tutti, proprio perché sa che non c’è. Ha creato le regole di un gioco assurdo che ha tenuto impegnati i dotti d’Europa per quasi un secolo, coinvolto un certo Renato, Baruch e Goffredo Guglielmo (rispettivamente Cartesio, Spinoza e Leibniz), e una marea di altri personaggi che io per primo ignoro, vista la geniale antinomia dei Rosacroce, seconda la quale chiunque potrebbe esserlo, e nessuno lo è di sicuro. Ha creato il più esteso e complesso corpus mistico mai esistito, dato che nela febbre rosacruciana del diciassettesimo secolo, condanne ed esaltazioni, panegirici e severi tentativi critici, condividono lo stesso farraginoso grado di realtà. Andreae, con il pretesto di uno scherzo innocente, ha dimostrato una delle più disastrose caratteristiche della realtà; la sua somiglianza con quel puzzle impossibile, con infinite combinazioni e nessun disegno prestabilito. Cagliostro si è preso sul serio, Andreae ha lasciato che altri lo facessero; o almeno, così appaiono a me, mentre cerco di concludere questa pagina.
Andreae e Cagliostro erano due bugiardi; che sia questo ad avvicinarmi al mio ideale di uomo?
(P.S: IL titolo del post, che riecheggia al Diaboli Virus in lombis est, non ha alcuna attinenza con quanto trattato. Parole in libertà Ma qualcuno ci si sarà abituato, oramai)
Questo osserva Francesca da Rimini, mentre racconta la propria triste storia.
Insomma, piuttosto che prendersela con Gianciotto –che pure ha ucciso sia lei che Paolo-, preferisce recriminare contro il povero Chretien de Troyes. Ma veramente ha torto? In fondo, un dannato all’inferno non ha alcun motivo per cui mentire (ammesso che non sia lì proprio in quanto bugiardo). In più, difficilmente pensa ad altro che al motivo per cui è dannato. Perciò, forse dovremmo concederle una maggior fiducia, e riflettere più a lungo sulle sue parole.
Ma esistono libri immorali? Citando Wilde si potrebbe rispondere: -Non esistono libri morali o immorali: esistono solamente libri scritti bene e libri scritti male-. Affermazione quanto mia ipocrita, dato che The Picture of Dorian Gray è un libro dall’anima sfacciatamente puritana, con tanto di punizione finale, e quel poco di torbido che riesce a tirar fuori lo riprende pari pari da A Rebours di Huysmans. In realtà il discorso sembra già fatto, e la risposta è piuttosto chiara: un libro rappresenta delle immagini, e queste immagini possiedono sull’uomo una forza attrattiva. Perciò, se io leggo di un personaggio eroico che ruba, uccide e tradisce qualcuno, le mie resistenze verso quegli atti verranno indebolite. Sicuri?
Non troppo, dato che a questo punto sarà venuta in mente anche a voi la definizione di Aristotele: toiouton pathematon katharsin; se io assisto ad uno spettacolo violento ed atroce, in un certo senso me ne immunizzo, e le mie pulsioni si scaricano assistendo ad una sceneggiata fittizia.
Non che queste due reazioni si annullino: sono vere entrambe. Eppure, anche ammettendo che io non abbia alcun controllo o alcuna responsabilità sulle mie azioni, se mi leggo in mezza giornata Justine e Le centoventi giornate di Sodoma, alla fine dovrò pur scegliere: o mi metto a frustare vergini, oppure rimango un po’ turbato e da allora starò molto attento a non pestare qualche piede di troppo in metropolitana.
E questa differenza di reazioni dipende dai libri? Si tratta di decidere, seriamente e serenamente, l’utilità dei roghi e dell’Indice. Ovviamente, va esclusa da questo novero qualsiasi opera di trattatistica o saggistica: il Mein Kampf e Il Dialogo sui massimi sistemi possono pure emozionarmi ed affascinarmi (ciascuno a suo modo, s’intende), ma mirano esplicitamente a farmi pensare, dire o fare qualcosa di specifico, dunque fuoriescono dall’argomento trattato.
Tutto il discorso, in realtà, si basa su di una distorsione del concetto di Arte, e di narrazione dello specifico. Prendiamo ad esempio tre esempi di decapitazione pittorica: Davide con la testa di Golia, Il Dancer’s Reward di Beardsley e la seconda Giuditta di Klimt. In tutti e tre, la violenza dell’immagine è al massimo: Masochistica e reale in Caravaggio, estetizzante e bidimensionale in Beardsley, freudianamente autocompiaciuta in Klimt. Eppure, in tutti e tre i casi le reali pulsioni di morte dei tre artisti ( e nessuno dei tre è scelto a caso) sono come protette dalla forma artistica che si è scelta, ingabbiate in un pezzetto di una storia già scritta, che guardacaso è sempre la Bibbia (testo che si presta enormemente all’opera, dato che è una raccolta di immagini di un popolo che pensa con le parole). All’interon del disegno e dei due quadri, il colore e la linea esprimono il sangue, ma non lo sono. L’espressione artistica non è nemmeno una Catarsi, è già divenuta una specie di esorcismo, nel senso più primitivo del termine.
Arte e realtà sarebbero come al solito due sistemi incomunicabili, ma come al solito interviene qualcosa di particolare: se l’arte fosse puro esorcismo, non ci sarebbero problemi di sorta. Ma l’Arte è Bella. Di più: l’Arte è Coerente, molto più della vita stessa. Se qualcuno avverte dentro di se quel medesimo impulso, normalmente represso da se stesso e dalla società, e vede che qualcun altro lo esprime impunemente, è portato ad imitarlo. Dato che purtroppo solo una minoranza della società e composta da artisti, egli compie davvero quelle immagini di cui la sola Idea era riuscita ad appagare spiriti più raffinati. Più che da punire, egli è da compiangere: rimane un povero ilico.
Perciò, Wilde si sbaglia: i libri immorali esistono eccome, e sono immorali proprio perché Belli. Per questo la cronaca non è mai pericolosa, e spesso è orribile. Per questo della cattiva arte non può fare niente di male. Ovviamente questo non vale per ogni libro, si intende: ma la sublimazione è una delle categorie estetiche più comuni.
Non possiamo dire se Francesca e Paolo si amassero davvero, o se si sarebbero amati in uno degli infiniti mondi possibili. Ma sappiamo che nel mondo della Commedia essi hanno letto di un amore proibito, e sono rimasti affascinati da esso. Si sono amati in omaggio ad un amore fittizio, hanno chiuso il vero libro e hanno provato a scrivere nella loro vita.
Per questo Dante sviene, mentre sente raccontare la loro storia. Perché ha capito che essi sono o il riflesso di un riflesso, e ora che ha sentito, anche egli cercherà, con i suoi poveri mezzi, di coronare un amore impossibile. E questo vale anche per noi.
Perciò attenti, mentre aprite il canto quinto. Attenti.
(Luogo: Zambu, macchinette del caffè del secondo piano
Dramatis Personae:
lorem – giovine blogghista di belle speranze
Arcibaldo- compagno di classe di lorem, nonché lubrico secchione
Petronilla- anch’essa compagna di classe del lorem, anch’essa secchiona, con l’ulteriore handicap di tendenze cielline, recentemente rinvigorite dalla nomina del cardinal ratzinger)
CORO: Stamattina, allo Zambu, compito di Greco. Ahimè, come passano gli anni, sulle nostre ancor floride fronti! E così tutto ciò che resta dell’antico, quattordicenne terrore è un gruppo di stronzi di fronte alla macchinetta del caffè, e dopo meno di tre quarti d’ora, con la blanda sicumera di chi ha una banda di voti che oscilla tra il nove e mezzo e il dieci netto (quanto volentieri tornerebbe ai suoi vetusti sette sudati, ai suoi otto ottenuti! Com’è rarefatto l’aere, una volta in vetta!).
ARCIBALDO: MA tu hai letto Freud?
LOREM: Solo l’Interpretazione e la Psicopatologia
PETRONILLA: Quindi sai interpretare i sogni
LOREM: Posso far finta di interpretare i sogni, e solo secondo la scuola freudiana. In pratica, posso darti della maniaca.
ARCIBALDO: Ieri io ho fatto un sogno stranissimo. Davvero non riesco a capire cosa possa significare.
PETRONILLA: (emette un verso a metà tra uno squittio ed un nitrito. Perdonatela, è fatta così)
LOREM: Sentiamo. Ma non ti assicuro nulla.
ARCIBALDO: Beh, In realtà non ne ho un ricordo chiarissimo. Però ad un certo punto prendevo una gigantesca matita, la infilavo in un temperino altrettanto grande e cominciavo a girare. Ma secondo te ha un qualche significato?
LOREM: (scandalizzato dalla palese pornografia dell’immagine, rimane ammutolito. Eppure, Arcibaldo non sta scherzando)
PETRONILLA: Già, anche io faccio sempre lo stesso sogno: c’è questo grande serpente, nero e viscido, che mi vuole afferrare. Allora io gli dico: -Vattene, mi fai schifo, sei sporco, non ti voglio!-, ma lui continua a farmi paura. Cosa vorrà dire?
LOREM: (ormai catatonico) Non saprei proprio. Forse siete in ansia per il vostro futuro universitario. (rivolgendosi a Petronilla) Credo che tu dovresti prendere Giurisprudenza.
PETRONILLA: Davvero significa questo?
LOREM: MI pare ovvio. Oh, ecco il caffè.
ARCIBALDO: CHE cosa meravigliosa la psicanalisi.
LOREM: Immagino di sì. Illuminante, soprattutto.
(lorem prende il caffè e comincia a fischiettare Kobra della Rettore; cala il sipario)
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Non mi piace parlare di attualità. Appunto, perché è attuale. Ma principi così generali sono fatti per essere trasgrediti, ed il grottesco è una categoria estetica interessante assai. Tanto vale cianciare qualcosa su croci, cadaveri, ottuagenari in sottana. Ché anche questo è Potere, e pare che al momento non ne esista altro.
Una camera buia, carte e istruzioni ovunque, l’oggettino bianchiccio nelle mie mani. Musica sintetica nelle mie orecchie. Terribilmente sintetica: coribantica, ctonia, avvolgente come oppio e compressa come il suono del tamburo. Musica sofisticata, nel senso che sembra vi abbiano sciolto qualche polvere illegale, qualche liquido fuorilegge. E la scatolina bianchiccia nelle mie mani. Questo doveva essere un post positivo, un post contento; ora sorrido, ora sono felice(?). Ennesimamente, la tastiera mi domanda di fingere. lorem, l’esteta diciottenne che adora il nulla. L’amante dei gong e delle macchine, l’ange pourri. Ancora, sarò altro, esibirò un inquietudine che solo le lettere provano. L’angoscia del suono, l’angoscia del segno, l’angoscia del sonno e del sogno; l’uomo ne è immune, nella sua povera carne (già comincio, lo notate?). Esaminerò la scatolina bianchiccia, la renderò il centro di una qualche fantasia malata, scriverò qualcosa di bizzarro e contorto, troppo contorto e troppo poco elegante, cercando di non trascurare troppo questa finestrella viola. Nelle mie lunghe mani scure un numero quasi infinito (venti sta a cinquemila; sembra una fatica di Sisifo), un connubio alieno tra estetica e macchina, una religione dell’artificiale che io stesso professo, in questo stesso, iperbolico auto da fé.
Ebbene sì, signori e signore: vivo una vita e ne scrivo un'altra. Questa è la mia punizione, questo il mio premio. Non voglio rassegnarmi alla soddisfazione di essere me stesso, piccolo eroe metropolitano, minuscolo borghese pieno di speranze e capacità. Eccola qui sopra, mi è sfuggita: è la mia quantomai patetica confessione di byronismo. Capite perché non vi parlo di me? Se solo fossi un Mostro… mi capite? Potrei struggermi per non essere Uomo, come sono ora. Davvero per me non è rimasta nemmeno la più piccola nicchia del Tartaro? Bere il Lete e nutrirsi del Loto: sciogliersi nella nebbia e nel caos. Cosa aspetti, Legione? Davvero i tempi sono cambiati, ché un tempo amavi noi Maghi, e ti affannavi, pur di dannarne qualcuno. Davvero oggi ti bastano qualche prelato dalla prostata sanguinante, una madre assassina, preti pederasti e pulcinella persiani? A parole.
Ed ecco, ora alla mia caotica algolagnia (andate a cercare sul vocabolario cosa significa algolagnia, ignoranti) si aggiunge un senso differente. L’acustica.
Mentre ascolto un mash, orgasmatronico.
Che bello scrivere dall'aula computer del liceo, tra i compagni zambuensi che si gettano sui computer come falene troppo carnose, e con una google-ricerca su cioran pronta da esibire, nel caso qualcuno passi, e chieda perchè in questa postazione si battano così tanto i tasti. Che bello studiare settantacinque pagine di Hegel in un giorno, fino a che non ti sanguinano gli occhi e le labbra, e non ti chiedi perchè lo fai, e se questo perchè ti piaccia davvero, o se non sia solo l'incrostazione delle tue pose di diciottenne eretico, tutto perso in quella specie di agiografia del pensiero che ti sei solo immaginato. Solo perchè ti piace pensare che qualcuno nella storia abbia avuto dei paramenti, e se li sia meritati. Solo perchè non puoi, non vuoi credere a niente; ed allora continui a fare tutto, come prima, solo più stanco. Ti piacerebbe sapere se in fondo esiste qualcosa di certo, di reale per sempre. Non che cambierebbe niente, intendiamoci: solo una faccenda di correttezza tra te ed il mondo. Quando vennero pubblicati -I dolori del giovane Werther-, qualcuno volle seguire il suo esempio, e si ammazzò così, sulla scia di una passione estetica. Li trovarono ai piedi di un qualche albero, con indosso una giacca blu,e un panciotto zafferano. Mi pare di averlo già raccontato. Non è vero che viviamo in un epoca di disagio. Ogni volta che il dolore diventa una divisa, si scopre per quello che è; una vita che si traveste appena. Se solo riuscissi a sopportare il suo abbraccio di aculei... Una volta avevo scritto di un bosco; Un brandello di foresta così mediocre e impoetica da essere reale. Oggi cerco di iniziare un racconto su di uno stilobate. Co'è uno stilobate? Un uomo in cima ad una colonna. E' lì per cercare dio, dice. Dio con la minuscola, intendo. Dice così. Ma sono sicuro che in fondo non lo creda che a tratti, nel rantolare del tempo. Io e lui siamo uguali, si sa. E' persino ovvio. Sempre nell'aula computer. Vi chiedo di continuare ad accordare la vostra preferenza alla ditta lorem, anche in questi momenti di ristrettezze (di rete e ispirazione). Distinti saluti.
Diffidate da chi vi dice che la storia della scienza è una lotta contro la menzogna. Diffidate da chi vi parla di roghi e terre piatte. Una bugia non è la semplice negazione di una verità, o della Verità addirittura. Ogni bugia è una forza caotica e indipendente: muove menti ed immagini, interessi, possessi e complessi. Tende ad accavallarsi ad altre, o ad accartocciarsi su se stessa. Alcune bugie ne contraddicono altre, che a loro volta ne nascondono altre ancora. Non c’è nessun complotto dietro la storia dell’uomo, questo no: nemmeno l’ombra di superieur inconnu : solo un grande caos, un immane mercato della malafede.
Qualcuno potrà anche giustificarsi con la propria innocenza inconsapevole: personalmente ammiro di più chi riesce ad addomesticare le proprie chimere, a conviverci. E gli eroi del Vero? Attenzione anche ai liberi pensatori. A loro più di tutti.
Quante ore ho dormito oggi? Credo quindici: cinque stanotte, cinque a scuola, cinque questo pomeriggio. Un giorno ridotto al grado zero. E il tizio vestito di bianco come sta? Non lo so. Non so se mi importa. Non voglio scrivere qualcosa sul papa; il laicismo (ma chi ci crede? Io laico?) è un valore così fragile che è soprattutto in questi momenti che bisogna tener duro. Non è grandioso rimanere nella propria botte, quando commuoversi diventa la cosa più facile?
Piccolo aneddoto: Pio IX, da morto non volle venir seppellito in Vaticano ma in un’altra chiesa: santamariainqualcosa, o sanqualcuninqualcosaltro. Mentre la mesta processione stava oltrepassando un ponte, tra canti sacri e di cordoglio, gli si gettò contro un piccolo numero di ex-garibaldini schiamazzanti, guidati da quell’esagitato di Felice Cavallotti.
Non erano venuti a dare un ultimo saluto al loro nemico storico: volevano buttarne il cadavere nel Tevere.
Ecco, secondo me questo è l’eroismo. Achille che trascina sul suo carro un nemico che è già cadavere. Quanto coraggio ci vuole per infierire su di un morto?
Qualcuno urla nell’altra stanza: le Alte Potenze si gettano addosso i loro dubbi e rancori. Nuovamente, uno scampo non c’è. Rimane la grandiosa sensazione di un mondo che peggiora, dell’impermanenza del tutto. Siamo condannati (ma chi inganno con questo plurale? IO sono condannato) a vedere il cosmo che scompare, fino a quando esistere diviene un dilemma, in un acquario che non è più il nostro. Allora morire, forse, è ancor più una rivelazione.
Ho il sapore del sonno in gola, e qualcosa di più drammatico sulle mie labbra. Tutto quello che non è parola, che è condannato alla non-espressione. Il sole di oggi sui giardini arrugginiti della palestra container. Un Dylan Dog trovato sugli armadietti; non ricordo se alla fine lo ho portato a casa, oppure no. Il sospetto che oggi sarei dovuto uscire prima, e che ad averlo fatto non sarei così depresso. Ma come al solito, io nel dolore faccio il nido, io abbraccio la sofferenza (io recito il morto, come Bjork).
Un papa che è l’immagine della sofferenza? E se facessero me papa? O Antipapa (Anticristo), piuttosto?
Per chi volesse riunirsi in conclave, assicuro di poter rappresentare le seguenti cose:
- Lo schifo verso se stessi e il mondo
- La convinzione che all’universo manchi un senso e un significato, ma che gli si possa tranquillamente dare un certo stile.
- Il Dolore pornograficamente esibito, senza alcun nascosto giudizio di valore
- Una gentilezza da idiota, innata e repressa
- Un menefreghismo imperfetto, che ogni giorno vacilla, ed eppur non crolla mai
- L’allegria del naufragio
Per le modalità del culto, per il nome del Dio, e per il simbolo nel nome del quale uccidere altri e tra noi, possiamo metterci sempre d’accordo. Inizio a piangere senza motivo. Devo tornare dall’oculista.